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8454 ore

Questa storia del lavoro part-time mi creerà un casino di problemi, ma allo stesso tempo mi dà un brivido di esaltazione. Avrò sicuramente delle rogne con Ari: già ci vediamo poco, adesso saremo costretti a vederci solo nei ritagli di tempo e nei week-end. Per non parlare delle noie con il mio lavoro numero uno, da cui in teoria smonto alle 18.30 ma che quasi regolarmente si prolunga ben al di là di quest’orario.
A proposito, forse non l’ho ancora detto, ma io faccio il lessicografo. Cioé lavoro nella compilazione dei dizionari di lingua italiana per una nota casa editrice. Nello specifico, io mi occupo di eliminare dalle nuove edizioni le parole ormai cadute in disuso. Esattamente l’opposto di quello di cui si occupa Francesco, e cioé ricercare nuovi termini da inserire ed istituzionalizzare all’interno della lingua comune. Quindi, in questi ultimi tre anni, mentre lui dava autorevolezza a parole come “reality show” o “videofonino”, io abbattevo delubri, eliminavo tutti i pagliardi dalla faccia della terra e negavo agli esseri umani la possibilità di potersi mai più ostupescere nella loro vita.
Sul desktop del mio computer c’è una cartellina chiamata “Braccio della Morte”. Dentro ci sono le parole che aspettano di essere giustiziate. Forse non nella prossima edizione, né nell’altra ancora. Ma prima o poi, di sicuro. Ogni tanto mi sembra di vederle, quelle “prora”, quei “bozzacchiuto”, quei “tranvai” che camminano avanti e indietro, con le braccia dietro la schiena, consumando il pavimento in attesa della loro esecuzione.
Forse anche loro avevano una lista di cose da compiere prima di morire: comparire nel celebre verso di qualche immortale poesia, o nel titolo di un film da Oscar.
“Quel tranvai chiamato desiderio”.
No, non suona proprio.

Pubblicato il 28/6/2005 alle 10.6 nella rubrica Diario.

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